Lotta all'arresto cardiaco

  • Defibrillatori: nel 2001 è iniziato il progetto "la scarica che ti ricarica" insieme ai volontari del soccorso, per distribuire defibrillatori semiautomatici in tutta la regione, iniziando dai mezzi di soccorso. Al momento la nostra associazione ha acquistato e dato in comodato d'uso gratuito 120 defibrillatori su un totale di circa 300.
  • Formazione degli studenti delle scuole medie superiori alle manovre di rianimazione cardiocerebrale ("far ripartire il cuore per salvare il cervello") al fine di rendere più efficace l'uso del defibrillatore, con l'utilizzo di manichini Ambu e Brayden. Le lezioni teoriche e pratiche si tengono nelle ore di educazione fisica. Al termine distribuiamo due opuscoli, realizzati in collaborazione con gli assessorati alla sanità e all'istruzione e cultura, relativi al funzionamento del cuore, ai fattori di rischio e alle manovre di primo soccorso
  • Video. Realizzazione di 2 video che illustrano le manovre di primo soccorso, visibili su Youtube digitando "si poteva salvare se..." e "messaggio cardiaco: è una questione di ritmo" del 2017

Storie di rianimazioni

8 marzo 2008

E' la data in cui a Firenze fu salvata la faccia ai cardiologi italiani.

La prima volta che sono nato era il 1° giugno 1954 ad Aosta. Mi ricordo, cioè volevo dire presumo, la gioia dei miei genitori e soprattutto di mia nonna Caterina, che aveva perso in un incidente stradale suo marito Giuseppe di 57 anni e che rivedeva in me, che portavo il suo nome, un nuovo motivo per vivere.
La seconda volta che sono nato è stato il 18 maggio 2005 nei pressi di Ovada. Mi ricordo, e stavolta benissimo, la mia gioia nell'uscire indenne da una paurosa carambola in autostrada, grazie agli airbag laterali della mia Mercedes, che si è immolata per salvarmi.
La terza volta che sono nato... No. Non c'è stata una terza volta per me, ma una seconda volta sicuramente per un collega che l'8 marzo, giornata normalmente definita festa della donna, ha avuto la fortuna di avere accanto a sé una donna che gli ha praticato le prime manovre di rianimazione cardiopolmonare. Eravamo a Firenze, al congresso "Conoscere e curare il cuore", nell'auditorium gremito di 1500 cardiologi, alle 8.45 di sabato 8 marzo 2008. D'improvviso si alzano dieci, venti persone, qualcuno dice di chiamare il 118, qualcuno di chiamare l'ambulanza. Tra le poltroncine, sul pavimento, un collega cardiologo è in arresto cardiaco. Una collega gli pratica la respirazione bocca a bocca, altri iniziano il massaggio cardiaco. C'è sconcerto, confusione, viene immediatamente interrotta la relazione in corso. In quell'istante mi vengono in aiuto gli insegnamenti ricevuti studiando a Parigi una materia che normalmente porta le persone a fare gli scongiuri: la medicina delle catastrofi. Resto calmo, penso per alcuni secondi al da farsi poi mi dirigo in fretta verso l'esterno dell'auditorium, dove ci sono gli stand delle ditte sponsor. Al primo tentativo trovo un defibrillatore che è solo un simulatore. Al secondo stand il defibrillatore c'è, è carico, funziona. Lo prendo al volo inseguito dal rivenditore con il flacone del gel, lo accendo, risalgo in aula, mi piazzo, metto il gel, carico, 180J, scarico una, due volte, ritmo sinusale, è fatta. Solo in quel momento guardo in faccia il collega a terra, apre gli occhi, si lamenta. E un attimo dopo incontro lo sguardo di quella donna, che confessa, quasi a difendere la sua posizione da colleghi maschi che la volevano allontanare, di essere la moglie, anche lei cardiologa. Finalmente può sorridere, ma non c'è tempo per parlare, arriva il personale dell'ambulanza e a loro cediamo il controllo della situazione.
Sul momento (ma ancora un po' anche adesso) devo dire che mi sono sentito un eroe, poi mi sono detto che per uno che insegna da una vita cosa fare in caso di arresto cardiaco il mio comportamento era stato più che normale, da protocollo. A mente fredda i pensieri sono diventati più cattivi: è possibile che in una struttura che accoglie migliaia di persone non esista una squadra di pronto intervento addestrata all'uso del defibrillatore e ovviamente alle altre manovre di primo soccorso? o per lo meno una convenzione per avere un'ambulanza attrezzata all'esterno dell'edificio?
Pensate un attimo se il nostro collega fosse morto. Forse il problema di obbligare certe strutture a dotarsi del defibrillatore avrebbe avuto un'accelerazione nel suo iter legislativo. E noi cardiologi, incapaci di salvare uno di noi, saremmo stati considerati ancora capaci di salvare gli altri? E soprattutto, chi glielo spiegava a Simonetta?

21 giugno 2011

E' la data di un massaggio cardiaco dall'esito "fausto" a Viserba di Rimini.

Il mestiere di nonni non è facile, soprattutto se si decide di portare al mare un nipotino di un anno e mezzo, con il quale i tempi della giornata sono scanditi da movimenti e gridolini notturni, biberon di latte alle sei del mattino, pannolini da cambiare, giochi in spiaggia, pasti consumati in fretta o in piedi, pisolini pomeridiani, serate condizionate dal giro in passeggino con speranza di addormentamento rapido. Ancora più difficile, questo mestiere, se insieme c'è anche un altro nipotino, più grande, sei anni e mezzo, con altre esigenze, tra cui prevalgono la passione per il gioco e per i balli di gruppo in spiaggia. Quindi, come altre sere, anche martedì 21 giugno ci ritroviamo serenamente divisi, mia moglie (la nonna) con Federico sul passeggino a "pirlare" per farlo dormire, e io (il nonno) con Tommaso a sentire la musica in spiaggia. Dopo l'esibizione di giovani ballerini si scatenano gli adulti con il ballo liscio. Alle 22.04 all'improvviso "atterra" davanti a me un omone all'apparenza di cento chili, che sbuffa come quando si è contrariati, ma con la bava alla bocca. E' un attimo: il nonno ritorna all'improvviso al ruolo che il destino sembra avergli riservato anche in altre occasioni: far ritornare in vita le persone, che in fondo è il mestiere più bello del mondo. Essendo chiaramente un arresto cardiaco, pensando che la telefonata al 118 avrebbe fatto perdere momenti preziosi, decido di farla io stesso e in 42 secondi l'operatore ha tutte le informazioni necessarie per intervenire. Inizio quindi un massaggio cardiaco continuo, alternandomi con le persone che avvicinandosi si qualificano come persone addestrate: due infermiere, un vigile del fuoco, il bagnino Oreste. Mando una persona sulla strada ad aspettare l'ambulanza, parlo con la moglie che ancora non realizza bene la gravità della cosa, osservo la qualità del massaggio cardiaco. Poi però mi ricordo che ero lì grazie a Tommaso, che ha osservato per un attimo la scena, prima di essere preso in consegna da amici. Avviso mia moglie del fatto e aspetto, facendo una serie di ventilazioni con Ambu, l'arrivo dei soccorsi, che si materializzano dopo circa dieci minuti con un medico, un'infermiera, due soccorritori ma soprattutto con il defibrillatore, atteso in questi momenti come si può attendere, che ne so, l'arrivo di un bel piatto di spaghetti alla carbonara quando si ha molta fame. Rapidamente viene registrata una fibrillazione ventricolare, ovvero l'aritmia che senza un massaggio cardiaco ben fatto si esaurisce in cinque minuti e che invece permette al defibrillatore di dare la scarica salvavita. Dopo una prima scarica la linea del cuore diventa piatta. Mentre i quattro soccorritori sono impegnati a massaggiare, cercare una vena e dare l'ossigeno osservo al monitor la ripresa della fibrillazione e di conseguenza carico e scarico, stavolta con successo. Polso pieno, 110 battiti, ripresa di coscienza. Caricamento in barella, trasporto verso l'ambulanza, applauso del pubblico!!! Per un attimo mi sono detto: a parte la moglie, gli altri avranno capito che non era un'esercitazione? I pensieri come vengono se ne vanno per cui subito dopo ho avvertito dell'accaduto il mio amico cardiologo di Rimini, Antonio, che nei giorni successivi mi ha dato solo buone notizie: coronaria dilatata già nella notte, infarto limitato, nessuna conseguenza cerebrale, dimissione dopo cinque giorni. Ho conosciuto la moglie e la figlia dell'"omone" (a proposito, come tutte le persone, ha un nome: Fausto), abbiamo parlato a lungo di quello che è capitato, ho parlato anche con lui quando da casa sua in Val Chiavenna mi ha telefonato per ringraziarmi. Ma il merito va a Tommaso e alla sua passione per la musica a causa delle quali mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto.

14 aprile 2012

E' la data in cui è morto il giocatore Piermario Morosini, che allora commentai in questo modo.

Scena virtuale. Un giocatore di calcio all'improvviso sussulta, cade, si rialza una, due volte, poi stramazza a terra a faccia in giù e non si muove più. Accorro sul campo, lo giro a pancia in su, lo chiamo per nome: Moro, Moro. Non mi risponde. Gli sollevo il mento e osservo il suo torace: non respira. Inizio a fare il massaggio cardiaco al ritmo di 100 al minuto e chiedo a gran voce di tortare il defibrillatore. Arriva il "salvavita", vengono applicati gli elettrodi sul torace: "analisi del ritmo in corso" "shock indicato" "carica in corso". Scarica, sussulto del torace, colpi di tosse. Moro riapre gli occhi, è vivo!
Scena reale. Un giocatore di calcio all'improvviso sussulta, cade, si rialza una, due volte, poi stramazza a terra a faccia in giù e non si muove più. Accorrono sul campo, lo girano a pancia in su, lo chiamano per nome: Moro, Moro. Non risponde. Tutti si affollano intorno urlando o piangendo, creando un arcobaleno con i colori delle divise e delle magliette. Qualcuno accenna a un massaggio cardiaco per pochi attimi. Viene chiesto a gran voce di portare l'ambulanza. Le immagini si fanno confuse, passano i minuti e non si vedono né il defibrillatore né l'ambulanza, in compenso si vede benissimo la barella. Caricamento, sospensione del massaggio cardiaco, accenno a ventilazione, infilamento in ambulanza e via, verso la morte.
Sono passate 48 ore e ancora si sovrappongono nella mia mente le due scene descritte, creando in me quel desiderio irrealizzabile di essere lì.
Sono 26 anni che insegno le manovre di rianimazione. Ho avuto 5775 allievi, ultimamente sono circa 550 studenti delle quinte superiori ogni anno. Fanno pratica sui manichini, imparano l'uso del defibrillatore senza ricevere prima le istruzioni, visto che il suo utilizzo è talmente semplice che gli americani lo definiscono "a prova di idiota" (l'espressione in effetti a noi sembrerebbe offensiva, ma loro son fatti così).
E' proprio vero che per salvarsi bisogna trovarsi al posto giusto, nel momento giusto, tra le persone giuste. Tradotto in termini tecnici: con testimoni in grado di soccorrere e un bel defibrillatore.

12 agosto 2012

E' la data in cui si è potuto dire: il buon Giorgio si vede dal mattino.

Premessa: Giorgio, magazziniere di 47 anni, va in arresto cardiaco il 12 agosto mentre lavora per la festa patronale di San Lorenzo del suo paese (Pont Saint Martin in Valle d'Aosta) insieme all'amico Lallo, vigile del fuoco volontario, abilitato all'uso del defibrillatore, posizionato a 50 metri presso la locale caserma dei pompieri. Viene sottoposto a 4 scariche del defibrillatore, a intubazione, a coronarografia e a ipotermia. Si riprende senza danni cerebrali. Dopo quattro giorni il dott. Giuseppe Ciancamerla, presidente dell'associazione "Les amis du coeur du Val d'Aoste", ha potuto raccogliere la testimonianza che segue.
Salve, siamo il cuore, i polmoni, il cervello e le orecchie di Giorgio e vi vogliamo raccontare cosa ci è successo.
Cuore: prima del 12 agosto Giorgio non sapeva neanche che esistevo, ma adesso sarà costretto a festeggiare il mio compleanno, oltre che il suo.
Polmoni: Giorgio ci ha torturato per almeno trent'anni con le sue maledette sigarette, ma adesso che smetterà (vero?) finalmente ci riposeremo e faremo solo il lavoro che ci spetta per natura.
Cervello: prima del 12 agosto Giorgio sapeva benissimo che esistevo, ma sicuramente i pensieri che gli fornisco adesso sono molto diversi.

Domenica 12 agosto 2012, mattina

Cuore: dunque, quella mattina stavo tranquillamente lavorando quando è arrivato un insieme di terremoto, uragano e tsunami che mi ha stordito talmente tanto che, come un batterista impazzito, non riuscivo più a tenere un ritmo regolare ma saltavo come un caffè shakerato. Questo ha fatto perdere le forze a Giorgio che si è accasciato per terra in un attimo.
Polmoni: a noi è mancato di botto l'arrivo si sangue, quindi, in mancanza di materia prima, abbiamo smesso di lavorare.
Cervello: bella forza, sono io quello che ha patito di più, tanto è vero che da quel momento ho smesso di pensare e mi sono addormentato.
Orecchie: noi invece siamo rimaste per un po' a sorvegliare la situazione, così abbiamo riconosciuto la voce di Lallo che era lì con noi. Ma siccome il capo (cervello) non lavorava, ci siamo adattate e abbiamo fermato la catena di montaggio.
Cuore: d'improvviso ho ricevuto tanti di quei colpi in testa che non finivano mai, saranno stati almeno 100 al minuto, e mi stavo chiedendo quale era lo scopo di questa violenza nei miei confronti quando è arrivata la mazzata finale, anzi 4 mazzate intervallate da quei colpi tremendi. Credevo ormai di essere alla fine, quando altrettanto all'improvviso ho ripreso a funzionare normalmente, un po' stordito, è vero, ma con un battito regolare. Cosa mi era successo? L'avrei saputo più tardi.
Polmoni: noi invece abbiamo giocato il jolly perché da soli non ce l'avremmo fatta in quanto eravamo intasati come nelle peggiori bronchiti. Così ci hanno infilato un tubo e finalmente ci è arrivato quell'ossigeno che non vedevamo ormai da qualche minuto.
Cervello: io invece, per motivi che non potevo discutere, ma che erano di aiuto al polmone, sono stato mantenuto in uno stato di sonno artificiale.

Domenica 12 agosto, pomeriggio – giovedì 16 agosto 2012

Cuore: pensavo anch'io di potermi riposare un po' come i miei colleghi organi, invece hanno infilato anche a me un tubo, anzi due, che però sono subito usciti dicendo che per loro non c'era lavoro. Meglio così. Subito dopo è iniziato un grande freddo che mi è durato per almeno due giorni. Non credevo che essere portati al Polo Nord facesse parte delle cure del cuore. Bah!
Polmoni: noi invece ci siamo riposati per benino per tre giorni. Che pacchia vedere altri che lavorano per te e forse anche meglio.
Cervello: io sono rimasto addormentato da quel momento per quasi tre giorni e devo dire che ne avevo un gran bisogno. Quando mi sono svegliato, e c'è voluto un giorno intero, ho creduto di aver fatto un lungo lunghissimo sogno, condiviso con i miei colleghi organi, che, come nelle favole, finiva con "e vissero felici e contenti".
Vedi anche alla voce PUBBLICAZIONI: poster Firenze